Libri di arte, poesia e filosofia

La parola verso proviene dal verbo latino vertere, cioè «capovolgere», in particolare la terra con un aratro. Il verso è allora un solco, una linea dritta in cui l’uomo col proprio lavoro pone i suoi semi che germoglieranno: nel verso, così, convergono la linearità naturale degli eventi e l’impegno fruttifero del pensiero umano.

martedì 28 febbraio 2012

Rassegna stampa

Rassegna stampa

lunedì 19 settembre 2011

Su La virtù del chiodo di Giuseppe Carracchia

EdizioniL’Arca Felice, 2011, con un disegno fuori testo, Fleur, di Aki Kurodaù


recensione di Narda Fattori


v. anche le recensioni Sebastiano AdernòAlessandro Ramberti







Mi piace introdurre una nota di lettura critica per questo delizioso libretto di poesia, impreziosito dalle immagini, con quanto l’autore manoscrive in quarta di copertina e che dà ragione del titolo: “la   virtù del chiodo è innanzitutto, per me, il poemetto dell’antinichilismo. Incanto e complementarietà di ragione e sentimento”. La virtù del chiodo si colloca semanticamente all’interno di un ossimoro: il chiodo ha una punta, fora e trapassa e , in quest’azione di violenza, unisce, avvicina, consente di portare alla visione il lontano accanto al presente o , ancora, permette la coabitazione di istanze opposte, senza che esse stridano e confliggano. “(Che non puoi piantare un chiodo/ in cielo per appenderci un pensiero / mi chiedo, sarà poi così vero?)”, afferma già in apertura il giovane ma tutt’altro che ingenuo poeta.
Infatti le poesie che incontriamo nel poemetto, azzardano un altro ossimoro: inseriscono all’interno di una costruzione metrica armonica, che non si priva di rime, di allitterazioni, di metafore altamente significative, una visione della realtà che persiste nell’incostanza dell’essere ma che dalla sua stessa incostanza trova ragione d’essere e verità, perlomeno dubbio. Carracchia vede nell’informe la forma, la lezione che la ragione trae dalla visione.
L’apparente leggerezza della scrittura cela e svela; si leggano questi versi: “La virtù del chiodo che regge frattura [ovvero ciò che si è spezzato, separato franto] / e vuoto svela la falsità del niente: / compiutezza del ragno che ha mura / e casa in aria d’un prisma lucente”. Ciò che è fra parentesi è mia considerazione a cui vorrei mettere in relazione gli ultimi due versi: la casa in aria, perfetta, prismatica e salda fra le mura del ragno. Dunque l’aleatorio di una casa in aria è invece stato di compiutezza per il ragno.
Ma di ogni singola poesia potremmo citare immaginifiche verità celate ad uno sguardo che non sia attento; che “vede”, si apre alla visione e scopre la perfezione nell’imperfetto e viceversa: “La proporzione delle parole spacca / dal ventre la pietra…”, “ germoglio in nodo al noce”;  si noti la padronanza delle rime interne, delle assonanze, la padronanza assoluta e non scolastica del metro.
Carracchia è un poeta giovane che davanti alla materia che tratta, direi un piccolo saggio di filosofia sulla perfezione dell’imperfezione, o una dimostrazione della logica dei frattali, utilizza uno strumento raffinato come la poesia con padronanza per cui leggiamo piccoli capolavori di intelligenza in forma d’arte.
Meritano una riflessione ulteriore alcune sue considerazioni poste ad apertura o a chiusura di un percorso poetico che si svestono degli abiti belli della poesia e rivelano ex abrupto l’intenzione del poeta.
Ma questa plaquette non contiene niente di sapienziale, di supponente, di saggistico, anzi si dona a chi ha cuore e ragione a monito della superficialità del nostro sguardo.
Per conservare il suo chiaro e non intriderlo nel materiale che affronta, il poeta si annulla; poesia non ombelicale dunque; l’io in quanto portatore di ingombri, manca : sono i sensi a percepire e la ragione a dire il percepito.
È veramente una piccola opera di grande caratura poetica ed esistenziale.


blanc de ta nuque

martedì 13 settembre 2011

Giuseppe Carracchia


Avere 23 anni ed essere già al quarto libro di poesie attesta perlomeno chiarezza in merito al mestiere che si è scelto. E di «mestiere» parla lo stesso Giuseppe Carracchia ne La virtù del chiodo (L'Arca Felice, 2011) che egli, anche ne Il verbo infinito (Prova d'Autore, 2010), associa all'arte della tessitura, assecondando così l'etimologia ed il destino dello scrivere testi, consistenti nell'intrecciare fili con metodo, avendo un progetto. La sostanza di quest'ultimo, nel caso di Carracchia, è sicura, così come la difficoltà conseguente, nella misura in cui «il verbo», a suo dire, deve incidere la carne pur avendo natura ariosa, ma non essere «solo aria» né «solo carne». Il tutto inseguendo la bellezza, che è cosa viva, «l'inarrestabile cammino verso la vita aperta» come scrive François Cheng citato in esergo. Bellezza e vita, qui, sono la stessa cosa, e lo sa bene Carracchia quando ammonisce e auspica: «Questo ci rimane e questa pare ci avanza / predisporre miracoli e cure, vivere / facendo della vita una danza». Proposito nietzscheano poi amato dal Rilke dell'Orfeo, che pretende l'occhio apollineo per poterne raccontare l'ebbrezza. In altre parole questo movimento è «la virtù del chiodo che regge frattura / e vuoto svela la falsità del niente».

Costruire su quel vuoto, amando quanto ci rimane e avanza, ispira entrambi i libri, che hanno nel fiorire – in questo verbo decisivo per la cultura moderna, da Novalis a Pascoli sino all'Ereignis heideggeriano – l'imprendibilità dell'origine e la forza della nascita, dell'aprirsi al senso delle cose.

Carracchia vorrebbe tenere sulle punte anche la scrittura, sapendola esercizio massimamente difficile. E infatti lo è perché talvolta, soprattutto nelle quartine, qualche semplificazione si avverte (rime facili o soluzioni tematiche a sentenza secca, comunque ben presenti anche in Caproni sin da Il muro della terra, per cui difficile rimproverarlo senza sentirsi in difetto). In ogni caso, io lo preferisco quando il respiro si fa più ampio e l'arco del pensiero sboccia senza fretta; del resto, anche molte quartine si lasciano gustare, ed è quando, forse memori dell'haiku o della concinnità classica, circoscrivono azioni ordinarie, dando loro valore universale. A 23 anni mi pare un traguardo di tutto rispetto.






Da il verbo infinito




“la semplicità non è il punto di partenza, ma il fine”






(dalla sez. Esistere)




Mi sono fermato -nel silenzio
metafisico che precede un assedio spartano-
ad ascoltare il battito del cuore
vecchio tamburo di latta
e ho sentito il suo lieve percepire
la musica che nel lontano Catai fanno i bambù
quando sono accarezzati dal vento


come le scarpette di un fiore
io voglio essere unito
e sempre slacciato








(dalla sez. Amare)






*


Se chiedi a me perché
amore, ti rispondo non so
e se so non capisco.
Ma c'è un fiore sulla mia scrivania
un fiore di carta, amore mio.
L'hai portato stamattina
in abbonato col caffè.
C'è un fiore di carta
solo per me, tutto rosso
e gli abbiamo dato da bere
a più non posso


perché il nostro amore
è più grande del sapere
e cresce.






(dalla sez. Sbendare)




Libertà è cadere, ma dura poco dirai
e forse è proprio vero -o magari veritiero-
che Pollicino sfalda e sbriciola focacce
solo per perder meglio le sue tracce


Libertà è cadere, e dura poco
se pensi all’eternità
ma è un’eternità
se mentre lo fai non pensi a niente.






(dalla sez. Condividere)






................Alla ragazza Carla,
...............al padre Elio Pagliarani


*


Anche la vita, se vuoi capirla
devi lasciarla andare
e poi cercarla in mezzo agli altri.


Probabilmente qualcuno
avrà capito che la settimana
disabitua dalla domenica e
che il settimo giorno ci si trova
soli come fosse il primo di una
creazione in atto, e nessun matto
al primo giorno già dispera
che la vita è una soluzione
momentanea, poco bella.
Sorridi stella, sorridi ancora
non fermarti ora, è quasi lunedì.
Curati adesso del tuo giardino,
dattilografa garofani
che agli occhi dei passanti
insegnino la vita.










Da La virtù del chiodo




«Chiodo: sottile barra di metallo aguzza da un lato,
solitamente usata per unire o sostenere due (o più) parti;
dal lat. clàvus per mezzo delle antiche forme chiàvo,
chiòvo (dalla stessa radice di clàvis – chiave)»






I




................Così chi cerca a lume di candela
................il passo dell’ombra che il dubbio smuova
................per primo a trapasso silenzio trova
...............e disperato a verità anela






*


Poiché ogn’essere è carpentiere
del tessere il proprio mestiere
e ogni luogo che ha in sé famiglia
porta il mistero dell’occhio, le ciglia.


(Che non puoi piantare un chiodo
in cielo per appenderci un pensiero
mi chiedo, sarà poi così vero?)






*


Sputa al vuoto il ragno tra i cotoneastri
la propria casa a geometria degl’astri
istituisce e ispira l’imperfezione
nostra: il difetto all’azzardo ripone.


Il ragno inquadra, mira e anzitutto osa
(sarà questo il mistero del chiodo:
tingilo d’azzurro e piantalo nel vuoto)






*


La virtù del chiodo che regge frattura
e vuoto svela la falsità del niente:
compiutezza del ragno che ha mura
e casa in aria d’un prisma lucente.






II







*


Rivolta la terra il gelo e in roccia
s’abbarbica al cielo esposta la pianta
a strapiombo il terebinto sboccia


forza che squarcia e fendendosi vanta
virtù che s’attacca al calcare in sintassi
e alla vita dona un nome: spaccasassi.






*


A te che cima di bellezza e mondo
per prima hai colto con mano sul mio
volto a premura di madre che va
in fondo e non invano rendo grazie
al tuo universo, tu seconda
persona singolare che m’hai preso
ed immerso feconda compagna
universale in te ritrova grazia
il disperso che impara
il buon uso del sale:
rinsalda a condimento la ferita
ed evita di confondere il male
col rosso che disinfetta la vita.






Giuseppe Carracchia, nato nel 1988, laureando in lettere moderne, vive attualmente a Catania. Ha pubblicato 4 sillogi di poesia: Pensieri notturni (ed. Edessae, 2005), Anime vagabonde (Roma, 2007), Il Verbo Infinito (ed. Prova d’Autore, 2010), La virtù del chiodo (L'Arca Felice, 2011) e una piccola raccolta, Poesie col nastro rosso, nell’antologia Burattinai di parole (Ass. cult. Città Nuova, 2010).


Recensione
Stramenia
poesia 

Autori
Lucio Zinna

Edizione:
Edizioni L'Arca Felice
Salerno 2010

Disegni di Eliana Petrizzi - pp. ***

Recensione a cura di
Antonio Coppola
Pubblicata su:
I fiori del male nr.47/2010

L'edizione l'Arca Felice pubblica una plaquette di poesia di Lucio Zinna con dipinti splendenti di Eliana Petrizzi. Questo nucleo omogeneo di poesie ha molto di nuovo a confronto del panorama odierno di poeti catturati dal verso facile e da elucubrazioni rastrellate nei loro cerebri manierati. La strada percorsa da Zinna è difficile ma durevole nelle asperità e nei consensi; una cosa è più di tutti evidente: e l'occhio traboccante nei luoghi della memoria, da Palermo a Trapani e Bagheria egli mette davanti a sé il suo eloquio vaticinante e lo scaglia nei vicoli, nelle stanze, a Nord a Est, superando la stessa poesia innescando quelle amicizie "salvate" che ancora possono ridare il passo agli stregati luoghi dell' infanzia. Ogni testo consultato si nutre di meraviglia, sprigiona una seminagione di sequenze di tempo sorrette da una sospensione quasi allucinatoria.
L'attimo in Zinna non va perduto, viene immagazzinato in una impalpabile retina per poi viverlo di un amore proporzionato alla forza del sangue e delle sue attese. UnaStramenia che ha in se la presenza di una carezzevole brezza di mare, un profumo di zagare e gelsomini che adagio si appoggiano sui muri sbrecciati di Bagheria come ghirlande di speranza o trama di passate stagioni, di rapite estesi che il mare ancora concede ai poeti. Nove testi di esuberante bellezza, un poco la continuazione di Poesie a mezz'aria (2009) variamente scarnificate da un chimismo rapido dove la strada sua si attesta nella sinestesia sia acustica che uditiva. "I poeti vanno | lungo le strade della poesia | se il vento li accompagna | arrivano ovunque | vanificando transenne || I poeti sanno | di altre strade e altro vento |di percorsi sghembi | dai fossati impraticabili | e li attraversano | perché sia tutto tentato | ogni viaggio sempre | nel verso del verso".
Zinna annota i punti alti e le sue disfatte, la cerchia degli amici "dipartiti" o presenti, le attese segrete, i contraccolpi della vita, non smette di fare poesia perché in essa si rispecchia, nuota, celebra senza nascondimenti, fruga nel reticolo delle pieghe "in incognite chiromanzie". Una poesia sgusciata dalle latenze e dai soprassalti dei gabbiani e non gli va male all'autore se a fine giornata fiuta un piatto "di maccu di favi cu l'uggghiuzzu bonu"
E quel lungomare di Aspra lo cattura di ricordi, quando il suo amico Ignazio Buttitta gli viene incontro e lo marchia di poesia e lo incoraggia della strada intrapresa che il sognatore Zinna può inseguire come messaggio in bottiglia ripescato nel mare di Bagheria. Questo ricordo ora più di prima costante nella memoria e il plurimo sogno di fare poesia perché come si legge in un esergo di copertina "E' sempre tempo di semina | perché è perenne tempo di crescita".


 

gioiadelcolle.info

L’Occhio della Poesia

Alcune settimane fa ho partecipato, in una libreria del centro di Roma, alla presentazione di un’antologia di testi inediti (fra cui qualche mia poesia) di alcuni poeti appartenenti a varie generazioni, accomunati – oltre che da una sostanziale identità di vedute – dal tema proposto come stimolo per la scrittura (poi divenuto il titolo dell’antologia: [...]
Alcune settimane fa ho partecipato, in una libreria del centro di Roma, alla presentazione di un’antologia di testi inediti (fra cui qualche mia poesia) di alcuni poeti appartenenti a varie generazioni, accomunati – oltre che da una sostanziale identità di vedute – dal tema proposto come stimolo per la scrittura (poi divenuto il titolo dell’antologia: Quanti di poesia. Nelle forme la cifra nascosta di una scrittura straordinaria) e dallo sforzo meritorio compiuto dalla casa editrice (L’Arca Felice di Salerno) e dal curatore del volume, il poeta romano Roberto Maggiani.
L’operazione compiuta con questa antologia meriterebbe un adeguato approfondimento, che non è possibile effettuare nello spazio che ho a disposizione. Posso, invece, riferire in questa sede un episodio che mi sembra molto utile e stimolante per far compiere un altro passo avanti a questa nostra comune riflessione sulla poesia e sulla sua importanza per gli uomini e le donne del nostro tempo.
Un incontro di poeti, che si stimano sinceramente e si sorreggono a vicenda, partecipando poi a un’impresa comune senza soggiacere a invidie e vanagloria, è cosa piuttosto rara, al di là di tutte le apparenze. A Roma, dunque, ci si è arricchiti reciprocamente nel corso di un bel pomeriggio dedicato non solo alla letteratura, ma anche all’arte (significativi sono stati, infatti, gli inserti relativi alla musica e alla pittura). Ma c’è di più. Al termine degli interventi e delle letture degli autori è stato dato spazio al pubblico, come si fa in questi casi.
E uno dei presenti, interagendo al meglio con alcune affermazioni fatte da me in precedenza, è ritornato brillantemente sul concetto di parola poetica, fornendo sostegno alla mia tesi che, a sua volta, rafforzava e confermava alcune sue intuizioni.
Avevo detto che, in poesia, come in ogni arte, non esistono percorsi solitari. E avevo aggiunto che la scrittura di ciascuno di noi è sempre incompleta, finché non s’incontra con la scrittura altrui, come tra l’altro ho già scritto nel mio intervento precedente in questa rubrica. A sua volta quello che scrivono gli altri, reclamando la sua completezza, cerca noi, cerca l’incrocio con la nostra ricerca personale che le darà quel complementodi senso a cui anela. Ebbene: nel suo intervento, il signore romano ha ribadito e completato il mio concetto, affermando che è proprio della parola poetica il fatto di essere incompleta nel momento in cui viene prodotta e parte per il suo viaggio, che la condurrà a completarsi quando arriva a destinazione, nella persona a cui giunge. La parola poetica, pertanto, esiste solo quando si sposta, in una circolarità che le è consustanziale e che la mantiene in perenne movimento da un approdo all’altro.
Quando il porto è quello giusto, il seme della poesia affonda in terra fertile: la pianta si completa e, per usare un’espressione evangelica, “porta frutto”. Poi il seme – di per sé continuamente inquieto e ansioso di toccare altri lidi – riparte nuovamente, alla ricerca di nuovi luoghi e nuovi cuori in cui nidificare e compiersi. È bene, dunque (come affermava quel pomeriggio Mario Fresa, curatore della collana “Coincidenze” in cui l’antologia è stata pubblicata), che il lettore e lo stesso autore ignorino una parte del senso profondo di ogni poesia, in modo da dare la possibilità a quei versi di migrare altrove, fecondando altre menti, porgendo e traendo, nello stesso momento, ulteriore arricchimento.
La poesia, dicevamo, si sposta in continuazione, “… freccia d’esistenza / senza bersaglio…” mi verrebbe da dire con i versi di Salvatore Contessini, uno dei poeti ospitati nell’antologia. È dotata, la poesia, di un’aurea motilità, di un moto perpetuo che arriva a caratterizzarne l’essenza: un andare sempre altrove, alla ricerca di un compimento che appare impossibile. È come la superficie di un lago battuta di continuo dal vento, come un mare maestoso le cui onde non riposano mai. Anche per questo coloro che si ostinano a cercarne la chiave di volta, l’interpretazione rigorosa o il senso esatto, sono come chi non distingue il mare dalla terraferma e dimentica che la superficie del mare non riferisce nulla circa la sua profondità.
Giacomo Leronni
Tratto da “la Piazza” giugno 2011
9 agosto 2011




Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. 

L'opera dello scrittore è soltanto una specie di 

strumento ottico che egli offre al lettore per 

permettergli di discernere quello che, senza libro, 

non avrebbe forse visto in se stesso. 

(da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)


Gli occhiali di Spinoza

Poesia

Daniela Monreale (Biografia)
Edizioni L’Arca Felice



Recensione di 

Marco Furia







Pubblicato il 30/08/2011 12.00.00
[con dipinti di Celeste Di Luca]


Geometriche passioni


Tra passione e geometria si svolge l’articolata
raccolta “Gli occhiali di Spinoza”, di Daniela Monreale.  Viene da chiedersi: esiste tra le due uno spiccato dualismo?
La risposta della poetessa parrebbe affermativa, almeno a giudicare dal verso: “ma solo l’Amore spezza i teoremi”.
Tuttavia “Allora – mi dico – vorrei un piacere 
di geometrie”attenua una dicotomia che, 
pur esistente, pare non escludere una composizione.
Le “geometrie”, dunque, possono essere fonte di
“piacere”. Un piacere disgiunto dall’amore?
La vivida affettività che attraversa
l’intero testo non consente di propendere
per questa tesi. Il verso “Essere nel silenzio” è utile suggerimento. Dal silenzio che non esclude l’essere emerge la lingua in tutti i suoi complessi 
aspetti: qualcosa di comune, perciò, anche tra
elementi discordanti, è possibile riscontrare.
Siamo, insomma, di fronte a differenti 
fisionomie della natura umana.
Può la passione spegnere ogni razionalità
o viceversa?
Forse in casi straordinari, ma non 
nella vita di tutti i giorni.
Razionalità e passione coesistono, convivono
nei nostri gesti, nelle nostre parole: soltanto 
l’estraniarsi dalle vicende quotidiane, esercitando 
il pensiero in maniera slegata dai concreti contesti, 
consente l’emergere di una netta contrapposizione 
tra le due.
E se “La poesia è il canale che collega finito 
ed Infinito. Così si chiude il cerchio, a
riunire due sorrisi”, ciò può avvenire 
perché gli opposti sono “sorrisi” riuniti in 
un cerchio privo di fratture. Un invito a 
comprendere, ossia a distinguere e includere 
nello stesso tempo, pare il senso profondo 
di un dettato poetico nato dall’intima esigenza
di superare certe rigidità.
Siamo al mondo, viviamo: questo alla fine conta.
Certo, le distinzioni sono importanti, anch’esse 
fanno parte del nostro esistere, ma non 
dobbiamo cadere nell’errore di considerarle 
anelastici modelli.
Non meraviglia, perciò, la presenza di versi come
“Le mattonelle del pavimento
come soldatini in avanscoperta,
solcati senza pietà dalle macchine che a sera
portano a casa la malinconia
in un rombo diaccio di solitudine”,
ossia versi capaci di presentare oggetti ed emotività,
“macchine” e sentimenti, distinguendo senza 
contrapporre.
Impegnata in riflessioni davvero feconde, precisa 
nel proporre pronunce la cui equilibrata musicalità
a volte “s’increspa in scaglie di diamante”, Daniela 
convince per quel suo mirare direttamente al cuore 
del problema, per quell’accorgersi, con poetica 
sapienza, che mostrarlo è già molto e spiegarlo è impossibile.Talvolta, pena cadere in espressioni prive di senso, occorre sapersi fermare, come lei.













AA.VV. QUANTI DI POESIA (NELLE FORME LA CIFRA NASCOSTA DI UNA SCRITTURA STRAORDINARIA). Da 1 a 399 esemplari numerati a mano. A cura di ROBERTO MAGGIANI. EDIZIONI L’ARCA FELICE. SALERNO, 2011, pp. 96.



Desidero esprimere un pensiero di sicuro consenso nei confronti dell’opera antologica Quanti di poesia. Al quaderno - curato da Roberto Maggiani per la collana “Coincidenze” delle Edizioni L’Arca Felice di Salerno - va ascritto il merito, altamente propedeutico, d’essere stato in grado di fornire, attraverso la voce e l’intervento di otto stimati poeti contemporanei, un contributo, una seria testimonianza all’ipotetico approccio (non importa se di scrittura o di lettura) ad una forma di comunicazione che - come evoca lo stesso sottotitolo d’ispirazione novalisiana - si mostra e si rappresenta “straordinaria”.
      Ecco: questo dialogo fuori dagli schemi necessita (oggi più che mai, urgentemente) di un chiarimento, di una corretta comprensione che consenta - nei limiti del possibile ovviamente - di compenetrarlo, di entrarci in sintonia così che le parole non ricalchino le orme di passi già segnati ma siano foriere di nuovi, inimmaginabili percorsi.
      È quello che in definitiva si è cercato di fare: ogni poeta, e prima ancora il curatore nell’introduzione, è chiamato a riferire la propria esperienza, a parlare di un qualcosa che sfugge, forse, persino a lui stesso ma di cui nessun altro può farsi interprete: già, una sorta di traduzione che vede nel poeta - come afferma Franco Buffoni citando Keats nel suo intervento a p.29 - “colui che sa tradurre il ruggito del leone nel linguaggio degli uomini”.
      Il poeta, dunque, è un intermediario: “ci devono essere dei veicolatori del senso della parola poetica” - sostiene Maggiani introducendo un elemento di novità in un contesto non certo inedito - supportato poco oltre dall’acuta considerazione che le intuizioni “partono dalle forme. . . proprio perché in esse è nascosto un significato altro del mondo. . .” e che, quindi, “è proprio da esse che traspare l’intimo segreto della realtà, un mondo extrareale che rivela la propria esistenza nella bellezza. . . ma anche nelle ombre e nella corruzione insita nella realtà.”. Come dire che il reale si manifesta per ciò che è, nella sua nuda essenza: “Lo stereotipo popolare del poeta quale individuo distratto evidenzia sostanzialmente l’inappartenenza. . . al suo tempo e al suo spazio. È questa estraneità che paradossalmente lo porta a osservare. . . con una diversa obiettività. Il poeta è un visionario e la sua visione scaturisce dall’acutezza dei sensi. Una sorta di delirio controllato.”, dice Loredana Savelli rispondendo alla domanda che le viene rivolta sulla questione a p.79.
      Ma c’è dell’altro che spinge a riflettere e dà della raccolta la formula precisa: perché intitolarla Quanti di poesia? Perché si vuole (lo sostiene il curatore ma è palpabile nei testi) stabilire una difficile - ma non per questo inattuabile - relazione tra poesia e scienza per mezzo del parallelismo del principio di indeterminazione applicabile nel campo della fisica come in quello della percezione, della visione e della parola che ne viene generata. I quanti, allora, che qui vengono considerati, simboleggiano quell’energia che si sviluppa intorno alle percezioni ed alle intuizioni del poeta e che, poi, si esplica sotto forma di scrittura.
      Dovrà, pertanto, apparire proponibile quella nuvola di probabilità che investe il lettore permettendogli di partecipare ad un tipo di comunicazione singolare ma pienamente autentica. Così, dalla stessa ci si sentirà avvolti scorrendo i versi de Il mio angelo di Franca Alaimo: “Ma una notte mi sveglio, / Sento - mi sorprendo - un suono / Celestiale, indosso la vestaglia / E a piedi nudi, in silenzio, cerco / Ogni nascondiglio. . . / . . . . / Possibile? Nel bagno? Là, / Dentro i tubi c’è tutto quell’ardore / . . . . / . . . Sarà caduto / Nella cisterna l’Angelo mio assetato. . .”. “Sono i quanti” - dirà ancora - che “D’improvviso mi mettono nella bocca porziuncole di luce, / Un lievito dolcissimo che gonfia il cuore e lo consacra: / Così sboccia la corolla dell’anima e la polvere cosmica / M’ingravida d’amore. . .”. Ed è sempre quella nuvola che Anna Belozorovitch mette in evidenza quando, in uno dei passi riportati, la immagina nel cielo: “E nubi illuminate da un sospiro / trattengono fino al capogiro / il fiato ultimo prima del nero / che lasceranno come polpi in fuga.”. Una difesa, dunque: ebbene si, anche questo celarsi per esistere rappresentano i quanti di poesia.
      Salvatore Contessini sostiene che la sua ispirazione “deriva da un’energia prodotta dall’osservazione dell’ambiente esterno e dal mondo interiore” similmente ai salti quantici degli elettroni che producono luce laddove “prima era il buio” (“Ascolta la frequenza di Pangea / come se fosse suono primordiale / il canto che stride dalla mente / ora che forma / un’emissione di pensiero!”. L’idea eterea della nube quantica è ripresa da Francesco De Girolamo in chiave cosmica: “La poesia è nell’universo, forse, più che sulla terra, ma deve ricadere - asserisce - se non è sterile astrazione, sulle minuscole parti del creato. .” (“Sono io il tuo bambino / e tu la mia cometa / apparsa un giorno / benedetto di settembre / in cui il cielo volle / far cadere una nuvola d’oro / nel grigio del mondo.”).
      E se, per Eugenio Nastasi, il verso come il quanto di luce “dovrebbe giungere a illuminare fin dove è ancora l’amore a strapiombo dal cielo, lungo i frattali che perimetrano i continenti.”, per Giacomo Leronni “L’universo / scende in noi a svegliarci / a consegnare il fresco che ci spetta / prima del vuoto: / . . . . // Quando saremo finiti / finiti perfettamente / nell’inizio perpetuo // nella disgregazione serena / di Dio. . . // la febbre morderà tutto / . . . . // e mai saremo domi o sazi / la luce non ha cuciture / . . . . // la luce non ci deve nulla.”.
      Dopo l’immersione nella parola dei poeti che hanno dato vita alla felice realizzazione di un’iniziativa editoriale ed artistica (non si dimentichino gli scatti fotografici che accompagnano i testi) di sicura originalità, il lettore attento non potrà sottrarsi ad una considerazione: la poesia, questo linguaggio inusuale, questa condizione esistenziale, questa entità che non si lega a nessuna definizione, forse, davvero, è un quanto d’energia. E il lampo che, dalla stessa, prorompe a illuminare la notte del mondo.

                    Sandro Angelucci


Poeti dell’attesa 2. / Lorenzo Gattoni, “Alla confluenza dell’attesa” (Edizioni Arca Felice, 2011)  Di Lorenzo Mari

Misurarsi con l’attesa (e l’abbandono) non è soltanto contribuire alla riproposizione (sicura, e rassicurante) di topiche già largamente consolidate nella tradizione poetica italiana, ma anche una proposta epistemologica, etica e poetica più ampia.
Tale apertura a tutto campo é quanto presuppone, per esempio, e neanche troppo in sotto traccia, la lettura della plaquette di Lorenzo Gattoni Alla confluenza dell’attesa (Edizioni L’Arca Felice, 2011, con dipinti di Luca Bonfanti).
La plaquette, anzi, si apre con una precisa dichiarazione di poetica – ave rara nel panorama poetico contemporaneo, secondo recenti conversazioni, pubbliche e private, con Andrea Gibellini, ma anche soltanto gettando lo sguardo su (più) generazioni che non dicono più “io scrivo così”, limitandosi invece a parlare in terza persona.
L’inizio della dichiarazione di poetica, dunque, recita così, senza veli, né retorici né umani:
“Scrivere è zittire un’assenza. La nostra vita è costituita dall’assenza, nella duplice forma dell’abbandono e dell’attesa. L’una, quindi, rivolta al passato; l’altra al futuro. Ecco perché la poesia può porsi con esattezza sul crinale di questo equilibrio […]”
Le 7 poesie che seguono svolgono, spesso diligentemente – da notarsi la ricorrenza di termini come “attesa”/”disatteso”, “perdita”, “cresta”, “dorso”, a creare un campo semantico ben conchiuso e caratterizzato da lucidità e precisione (con una ferocia chirurgica e una fame che escludono ogni monolinguismo petrarchista) – spesso, tuttavia, con improvvisi squarci di luce, questo tema iniziale.
Si va componendo così un universo segnato dall’attesa e dall’abbandono come se queste fossero leggi fisiche, con le quali la poesia deve venire a patti per trovare le parole (si vedano, per esempio, i testi *girato l’angolo* e *la parola iniziale*, quest’ultimo riportato qui, più sotto).
La ricerca è metapoetica e, siccome l’universo poetico creato da Gattoni è chiuso e normato da leggi (anche se metaforiche, e riguardanti l’attesa e l’abbandono), intrinsecamente metafisica.
Ci si può chiedere perché vi sia necessità di metafisica nella poesia di oggi e se alle domande “cos’è l’attesa?”, “cos’è l’abbandono?” (“cos’è la poesia?”) si debba rispondere ancora tenendo presente una dimensione ideale e trans-storica. Ci si può chiedere se questa ricerca di definizione della poesia tra l’attesa e l’abbandono non sia parte di una ricerca costitutiva della poesia, una ricerca paradossalmente oggi già vecchia (oggi che “viviamo in tempi di proroga”, come si legge nella plaquette di Marchesini).
Resta, tuttavia, ineludibile un contatto, seppur labile, labilissimo, con la dimensione del sacro, per una parola che può farsi sociale – e tradurre attesa e abbandono nelle dinamiche della società e dell’economia contemporanea – ma finisce per appiattirsi su se stessa se non guarda anche – non in modo relativistico ob torto collo, ma in e con relatività – alle leggi che guidano (e tentano di distorcere, fino al silenzio) la parola.


*


la parola iniziale
ha infranto il mutismo
delle cose
            da allora
la replica scortica
quel che di nome
era verità


complici dell’inganno
osserviamo le maschere
in processione mentre
una parte di cielo continua

 

Su Alla confluenza dell'attesa di Lorenzo Gattoni

Edizioni L'Arca Felice, 2010, con dipinti di Luca Bonfanti

nota di lettura di Alessandro Ramberti

«Scrivere è zittire un'assenza (…) nella duplice forma dell'abbandono e dell'attesa. (…) La poesia è quindi ascolto, perché zittire un'assenza significa dare voce al silenzio, al vuoto.»
Cosi scrive Gattoni in esergo a questa saporosa plaquette che, per la capacità di catalizzare immagini spiazzanti e trasmettere scariche emozionali, ci ricorda un po' lo stile di Vincenzo Celli.  Si considerino questi exempla del Gattoni:  «alla confluenza dell'attesa / una nuvola si sfalda / quando ti chiamo / e non ci sei» (p. 7); «il ricambio del tempo / è un'unghia sulla lavagna / e il gesso un miraggio» (p. 8); «scivoliamo sul dorso / del cucchiaio come amanti  / in rivolta, sulle cataste / in cordata annaspiamo» (p. 13). Un versificazione che ci attira subito nel mondo del Nostro e ce lo fa sentire amico, come una voce accogliente che sa varcare con leggerezza (come brezza sotttile) il silenzio fra abbandono e attesa, come testimoniato anche dalla bella poesia in quarta di copertina:

(…)
il tempo è così poco 
è così poco tutto
che avere fretta è sare fermi

e poi è così bella la malattia
dell'attesa, così piena
di catrame e di tramonto

La fasità del niente: su La virtù del chiodo di Giuseppe Carracchia


EdizioniL’Arca Felice, 2011, con un disegno fuori testo, Fleur, di Aki Kuroda

nota di lettura di Alessandro Ramberti

Giustamente osserva Mario Fresa nella prefazione a questa plaquette, che la scrittura di Carracchia “si configura come il procedimento di un gioco di apparente leggerezza, dagli aguzzi e lucidi contorni, ma che poi, d’improvviso, conduce all’affiorare di una inesplicabile, profonda inquietudine…” È del resto evidente che i versi nascono spesso per dare forma alle più profonde domande dell’uomo, inteso sia come individuo che come membro di un corpo sociale di cui il poeta usa la lingua sia pur piegandola, trasformandola, arricchendola con l’uso di uno stile (ovvero di metafore, di scelte sintattiche e lessicali che scaturiscono dal sua personale “reazione” alla cultura o alle culture con cui è entrato in contatto).
Il titolo è molto suggestivo: concreto e robusto eppure quando leggiamo le poesie vediamo che l’Autore si pone in continua tensione (come chi “disperato a verità anela”) con la definizione da dizionario della parola chiodo riportata in esergo alla plaquette (“sottile barra di metallo aguzza da un lato, solitamente usata per unire o sostenere due (o più) parti…”). Infatti la I sequenza contiene questa terzina (notare l’uso delle assonanze e delle rime, assai frequente in tutta la raccolta, come pure l’uso sofisticato della sintassi e del lessico):

(Che poi non puoi piantare un chiodo
in cielo per appenderci un pensiero
mi chiedo, sarà poi vero?)

e si chiude con questa assai interessante quartina:

La virtù del chiodo che regge frattura
e vuoto svela la falsità del niente:
compiutezza del ragno che ha mura
e casa in aria d’un prisma lucente.

Il chiodo pare essere l’unico elemento “consistente e positivo” a reggere frattura e vuoto, due sostantivi (il primo anche, con ambiguità sintattica, verbo) “negativi”, e la suggestiva immagine dell’aerea e luminosa ragnatela non pare sollevarci del tutto dall’impressione di vivere in una realtà effimera e fragile, e di essere effimeri e fragili noi stessi (basti considerare che nella III sequenza il Nostro scrive “… la verità che scioglie il dubbio / annodando in sorriso la vita al subbio”, dove ci pare di cogliere un uso piuttosto ironico ed amaro della parola verità).

L’inquietudine che alleggia in queste pagine, mi ricorda quella che pervade un intenso romanzo di Natsume Sōseki, Kokoro (ovvero, il cuore/l’anima delle cose). Carracchia non a caso ha inserito, oltre alla tavola fuori testo di Kuroda e all’Arbre stilizzato di Alberto Giacometti, alcune illustrazioni naturalistiche all’interno della plaquette tratte da dipinti di Hiroshige Utagawa. Il mondo, con i suoi colori, la sua materia, la sua vita, è reale per la percezione che ne abbiamo? Ha in sé un link che rimanda ad altro oltre il reale materico? È solo la scena per la tragedia (o commedia) umana?
Mi pare siano queste le domande fondamentali sottese, vissuto con un atteggiamento in bilico fra paura dell’assurdo e desiderio di affidamento: dichiarare la falsità del niente è dopotutto desiderare che qualcosa (di buono) ci sia, che il bello del mondo (che include anche la bellezza della poesia), per quanto transitorio, sia il senhal di un bello ulteriore, per quanto assai elusivo. Ad esempio nella II sequenza troviamo che “Il piede che calza la terra è centro”, che “La proporzione delle parole spacca / dal ventre le pietra e s’apre a sé stessa”, che “a strapiombo il terebinto sboccia // forza che squarcia e fendendosi vanta / virtù che s’attacca al calcare in sintassi / e alla vita dona un nome: spaccasassi.
C’è dunque una forza tellurica, una energia che sa diventare sublime come il melograno che “alla terra in perle di sangue / piove…” e trasformarsi in amore (reale e ma anche immateriale): “… rendo grazie / al tuo universo … / … in te ritrova grazia / il disperso …”.
I versi in corsivo che chiudono la plaquette ci dicono che:

La verità non solo è equazione
edile del costruttore ma volo
azzardo e tensione del calabrone
che (…) continua con le stagioni senza
sapersi ignorante ad insegnare
come di maggio s’impollina un fiore.

Sì, c’è una verità inesprimibile, oltre i costrutti logico-sintattici, che pure la possono evocare, ma anche una verità che va oltre, crediamo (e forse Carracchia non è qui totalmente d’accordo con noi), la natura delle cose.
È questa un’opera poetica, nella sua asciuttezza “giapponese”, davvero ben tornita, ricca di saporosa e prismatica inquietudine, dunque, de facto, vera poesia e riuscita espressione di uno stile originale e già molto ben caratterizzato.

Rimini, 17 giugno 2011








Maurizio Cucchi, 
"Tuttolibri-La Stampa", 06/06/2011

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