Rassegna stampa
lunedì 19 settembre 2011
Su La virtù del chiodo di Giuseppe Carracchia
EdizioniL’Arca Felice, 2011, con un disegno fuori testo, Fleur, di Aki Kurodaù
recensione di Narda Fattori
v. anche le recensioni Sebastiano Adernò e Alessandro Ramberti
Infatti le poesie che incontriamo
nel poemetto, azzardano un altro ossimoro: inseriscono all’interno di una
costruzione metrica armonica, che non si priva di rime, di allitterazioni, di
metafore altamente significative, una visione della realtà che persiste
nell’incostanza dell’essere ma che dalla sua stessa incostanza trova ragione
d’essere e verità, perlomeno dubbio. Carracchia vede nell’informe la forma, la
lezione che la ragione trae dalla visione.
recensione di Narda Fattori
v. anche le recensioni Sebastiano Adernò e Alessandro Ramberti
Mi piace introdurre una nota di
lettura critica per questo delizioso libretto di poesia, impreziosito dalle immagini,
con quanto l’autore manoscrive in quarta di copertina e che dà ragione del titolo:
“la virtù del
chiodo è innanzitutto, per me, il poemetto dell’antinichilismo. Incanto e
complementarietà di ragione e
sentimento”. La virtù del chiodo si colloca semanticamente all’interno di
un ossimoro: il chiodo ha una punta, fora e trapassa e , in quest’azione di
violenza, unisce, avvicina, consente di portare alla visione il lontano accanto
al presente o , ancora, permette la coabitazione di istanze opposte, senza che
esse stridano e confliggano. “(Che non
puoi piantare un chiodo/ in cielo per appenderci un pensiero / mi chiedo, sarà
poi così vero?)”, afferma già in apertura il giovane ma tutt’altro che
ingenuo poeta.
Infatti le poesie che incontriamo
nel poemetto, azzardano un altro ossimoro: inseriscono all’interno di una
costruzione metrica armonica, che non si priva di rime, di allitterazioni, di
metafore altamente significative, una visione della realtà che persiste
nell’incostanza dell’essere ma che dalla sua stessa incostanza trova ragione
d’essere e verità, perlomeno dubbio. Carracchia vede nell’informe la forma, la
lezione che la ragione trae dalla visione.
L’apparente leggerezza della
scrittura cela e svela; si leggano questi versi: “La virtù del chiodo che regge frattura [ovvero ciò che si è
spezzato, separato franto] / e vuoto svela
la falsità del niente: / compiutezza del ragno che ha mura / e casa in aria
d’un prisma lucente”. Ciò che
è fra parentesi è mia considerazione a cui vorrei mettere in relazione gli
ultimi due versi: la casa in aria, perfetta, prismatica e salda fra le mura
del ragno. Dunque l’aleatorio di una casa in aria è invece stato di compiutezza
per il ragno.
Ma di ogni singola poesia
potremmo citare immaginifiche verità celate ad uno sguardo che non sia attento;
che “vede”, si apre alla visione e scopre la perfezione nell’imperfetto e viceversa:
“La proporzione delle parole spacca / dal
ventre la pietra…”, “ germoglio
in nodo al noce”; si noti la
padronanza delle rime interne, delle assonanze, la padronanza assoluta e non
scolastica del metro.
Carracchia è un poeta giovane che
davanti alla materia che tratta, direi un piccolo saggio di filosofia sulla
perfezione dell’imperfezione, o una dimostrazione della logica dei frattali,
utilizza uno strumento raffinato come la poesia con padronanza per cui leggiamo
piccoli capolavori di intelligenza in forma d’arte.
Meritano una riflessione
ulteriore alcune sue considerazioni poste ad apertura o a chiusura di un
percorso poetico che si svestono degli abiti belli della poesia e rivelano ex
abrupto l’intenzione del poeta.
Ma questa plaquette non contiene
niente di sapienziale, di supponente, di saggistico, anzi si dona a chi ha
cuore e ragione a monito della superficialità del nostro sguardo.
Per conservare il suo chiaro e
non intriderlo nel materiale che affronta, il poeta si annulla; poesia non
ombelicale dunque; l’io in quanto portatore di ingombri, manca : sono i sensi a
percepire e la ragione a dire il percepito.
È veramente una piccola opera di
grande caratura poetica ed esistenziale.
blanc de ta nuque
martedì 13 settembre 2011
Giuseppe Carracchia
Avere 23 anni ed essere già al
quarto libro di poesie attesta perlomeno chiarezza in merito al mestiere
che si è scelto. E di «mestiere» parla lo stesso Giuseppe Carracchia ne La virtù del chiodo (L'Arca Felice, 2011) che egli, anche ne Il verbo infinito
(Prova d'Autore, 2010), associa all'arte della tessitura, assecondando
così l'etimologia ed il destino dello scrivere testi, consistenti
nell'intrecciare fili con metodo, avendo un progetto. La sostanza di
quest'ultimo, nel caso di Carracchia, è sicura, così come la difficoltà
conseguente, nella misura in cui «il verbo», a suo dire, deve incidere
la carne pur avendo natura ariosa, ma non essere «solo aria» né «solo
carne». Il tutto inseguendo la bellezza, che è cosa viva,
«l'inarrestabile cammino verso la vita aperta» come scrive François
Cheng citato in esergo. Bellezza e vita, qui, sono la stessa cosa, e lo
sa bene Carracchia quando ammonisce e auspica: «Questo ci rimane e
questa pare ci avanza / predisporre miracoli e cure, vivere / facendo
della vita una danza». Proposito nietzscheano poi amato dal Rilke dell'Orfeo,
che pretende l'occhio apollineo per poterne raccontare l'ebbrezza. In
altre parole questo movimento è «la virtù del chiodo che regge frattura /
e vuoto svela la falsità del niente».
Costruire su quel vuoto, amando quanto ci rimane e avanza, ispira entrambi i libri, che hanno nel fiorire – in questo verbo decisivo per la cultura moderna, da Novalis a Pascoli sino all'Ereignis heideggeriano – l'imprendibilità dell'origine e la forza della nascita, dell'aprirsi al senso delle cose.
Carracchia vorrebbe tenere sulle
punte anche la scrittura, sapendola esercizio massimamente difficile. E
infatti lo è perché talvolta, soprattutto nelle quartine, qualche
semplificazione si avverte (rime facili o soluzioni tematiche a sentenza
secca, comunque ben presenti anche in Caproni sin da Il muro della terra,
per cui difficile rimproverarlo senza sentirsi in difetto). In ogni
caso, io lo preferisco quando il respiro si fa più ampio e l'arco del
pensiero sboccia senza fretta; del resto, anche molte quartine si
lasciano gustare, ed è quando, forse memori dell'haiku o della
concinnità classica, circoscrivono azioni ordinarie, dando loro valore
universale. A 23 anni mi pare un traguardo di tutto rispetto.
Da il verbo infinito
“la semplicità non è il punto di partenza, ma il fine”
(dalla sez. Esistere)
Mi sono fermato -nel silenzio
metafisico che precede un assedio spartano-
ad ascoltare il battito del cuore
vecchio tamburo di latta
e ho sentito il suo lieve percepire
la musica che nel lontano Catai fanno i bambù
quando sono accarezzati dal vento
come le scarpette di un fiore
io voglio essere unito
e sempre slacciato
(dalla sez. Amare)
*
Se chiedi a me perché
amore, ti rispondo non so
e se so non capisco.
Ma c'è un fiore sulla mia scrivania
un fiore di carta, amore mio.
L'hai portato stamattina
in abbonato col caffè.
C'è un fiore di carta
solo per me, tutto rosso
e gli abbiamo dato da bere
a più non posso
perché il nostro amore
è più grande del sapere
e cresce.
(dalla sez. Sbendare)
Libertà è cadere, ma dura poco dirai
e forse è proprio vero -o magari veritiero-
che Pollicino sfalda e sbriciola focacce
solo per perder meglio le sue tracce
Libertà è cadere, e dura poco
se pensi all’eternità
ma è un’eternità
se mentre lo fai non pensi a niente.
(dalla sez. Condividere)
................Alla ragazza Carla,
...............al padre Elio Pagliarani
*
Anche la vita, se vuoi capirla
devi lasciarla andare
e poi cercarla in mezzo agli altri.
Probabilmente qualcuno
avrà capito che la settimana
disabitua dalla domenica e
che il settimo giorno ci si trova
soli come fosse il primo di una
creazione in atto, e nessun matto
al primo giorno già dispera
che la vita è una soluzione
momentanea, poco bella.
Sorridi stella, sorridi ancora
non fermarti ora, è quasi lunedì.
Curati adesso del tuo giardino,
dattilografa garofani
che agli occhi dei passanti
insegnino la vita.
Da La virtù del chiodo
«Chiodo: sottile barra di metallo aguzza da un lato,
solitamente usata per unire o sostenere due (o più) parti;
dal lat. clàvus per mezzo delle antiche forme chiàvo,
chiòvo (dalla stessa radice di clàvis – chiave)»
I
................Così chi cerca a lume di candela
................il passo dell’ombra che il dubbio smuova
................per primo a trapasso silenzio trova
...............e disperato a verità anela
*
Poiché ogn’essere è carpentiere
del tessere il proprio mestiere
e ogni luogo che ha in sé famiglia
porta il mistero dell’occhio, le ciglia.
(Che non puoi piantare un chiodo
in cielo per appenderci un pensiero
mi chiedo, sarà poi così vero?)
*
Sputa al vuoto il ragno tra i cotoneastri
la propria casa a geometria degl’astri
istituisce e ispira l’imperfezione
nostra: il difetto all’azzardo ripone.
Il ragno inquadra, mira e anzitutto osa
(sarà questo il mistero del chiodo:
tingilo d’azzurro e piantalo nel vuoto)
*
La virtù del chiodo che regge frattura
e vuoto svela la falsità del niente:
compiutezza del ragno che ha mura
e casa in aria d’un prisma lucente.
II
…
*
Rivolta la terra il gelo e in roccia
s’abbarbica al cielo esposta la pianta
a strapiombo il terebinto sboccia
forza che squarcia e fendendosi vanta
virtù che s’attacca al calcare in sintassi
e alla vita dona un nome: spaccasassi.
*
A te che cima di bellezza e mondo
per prima hai colto con mano sul mio
volto a premura di madre che va
in fondo e non invano rendo grazie
al tuo universo, tu seconda
persona singolare che m’hai preso
ed immerso feconda compagna
universale in te ritrova grazia
il disperso che impara
il buon uso del sale:
rinsalda a condimento la ferita
ed evita di confondere il male
col rosso che disinfetta la vita.
Giuseppe Carracchia, nato nel 1988, laureando in lettere moderne, vive attualmente a Catania. Ha pubblicato 4 sillogi di poesia: Pensieri notturni (ed. Edessae, 2005), Anime vagabonde (Roma, 2007), Il Verbo Infinito (ed. Prova d’Autore, 2010), La virtù del chiodo (L'Arca Felice, 2011) e una piccola raccolta, Poesie col nastro rosso, nell’antologia Burattinai di parole (Ass. cult. Città Nuova, 2010).

Recensione
Stramenia
poesia
Autori
• Lucio Zinna
Edizione:
Edizioni L'Arca Felice
Salerno 2010
Disegni di Eliana Petrizzi - pp. ***
Recensione a cura di
• Antonio Coppola
Pubblicata su:
I fiori del male nr.47/2010
Edizioni L'Arca Felice
Salerno 2010
I fiori del male nr.47/2010
| L'edizione
l'Arca Felice pubblica una plaquette di poesia di Lucio Zinna con
dipinti splendenti di Eliana Petrizzi. Questo nucleo omogeneo di poesie
ha molto di nuovo a confronto del panorama odierno di poeti catturati
dal verso facile e da elucubrazioni rastrellate nei loro cerebri
manierati. La strada percorsa da Zinna è difficile ma durevole nelle
asperità e nei consensi; una cosa è più di tutti evidente: e l'occhio
traboccante nei luoghi della memoria, da Palermo a Trapani e Bagheria
egli mette davanti a sé il suo eloquio vaticinante e lo scaglia nei
vicoli, nelle stanze, a Nord a Est, superando la stessa poesia
innescando quelle amicizie "salvate" che ancora possono ridare il passo
agli stregati luoghi dell' infanzia. Ogni testo consultato si nutre di
meraviglia, sprigiona una seminagione di sequenze di tempo sorrette da
una sospensione quasi allucinatoria. L'attimo in Zinna non va perduto, viene immagazzinato in una impalpabile retina per poi viverlo di un amore proporzionato alla forza del sangue e delle sue attese. UnaStramenia che ha in se la presenza di una carezzevole brezza di mare, un profumo di zagare e gelsomini che adagio si appoggiano sui muri sbrecciati di Bagheria come ghirlande di speranza o trama di passate stagioni, di rapite estesi che il mare ancora concede ai poeti. Nove testi di esuberante bellezza, un poco la continuazione di Poesie a mezz'aria (2009) variamente scarnificate da un chimismo rapido dove la strada sua si attesta nella sinestesia sia acustica che uditiva. "I poeti vanno | lungo le strade della poesia | se il vento li accompagna | arrivano ovunque | vanificando transenne || I poeti sanno | di altre strade e altro vento |di percorsi sghembi | dai fossati impraticabili | e li attraversano | perché sia tutto tentato | ogni viaggio sempre | nel verso del verso". Zinna annota i punti alti e le sue disfatte, la cerchia degli amici "dipartiti" o presenti, le attese segrete, i contraccolpi della vita, non smette di fare poesia perché in essa si rispecchia, nuota, celebra senza nascondimenti, fruga nel reticolo delle pieghe "in incognite chiromanzie". Una poesia sgusciata dalle latenze e dai soprassalti dei gabbiani e non gli va male all'autore se a fine giornata fiuta un piatto "di maccu di favi cu l'uggghiuzzu bonu" E quel lungomare di Aspra lo cattura di ricordi, quando il suo amico Ignazio Buttitta gli viene incontro e lo marchia di poesia e lo incoraggia della strada intrapresa che il sognatore Zinna può inseguire come messaggio in bottiglia ripescato nel mare di Bagheria. Questo ricordo ora più di prima costante nella memoria e il plurimo sogno di fare poesia perché come si legge in un esergo di copertina "E' sempre tempo di semina | perché è perenne tempo di crescita". |
gioiadelcolle.info
L’Occhio della Poesia
Alcune settimane fa ho partecipato,
in una libreria del centro di Roma, alla presentazione di un’antologia
di testi inediti (fra cui qualche mia poesia) di alcuni poeti
appartenenti a varie generazioni, accomunati – oltre che da una
sostanziale identità di vedute – dal tema proposto come stimolo per la
scrittura (poi divenuto il titolo dell’antologia: [...]
Alcune
settimane fa ho partecipato, in una libreria del centro di Roma, alla
presentazione di un’antologia di testi inediti (fra cui qualche mia
poesia) di alcuni poeti appartenenti a varie generazioni, accomunati –
oltre che da una sostanziale identità di vedute – dal tema proposto come
stimolo per la scrittura (poi divenuto il titolo dell’antologia: Quanti di poesia. Nelle forme la cifra nascosta di una scrittura straordinaria)
e dallo sforzo meritorio compiuto dalla casa editrice (L’Arca Felice di
Salerno) e dal curatore del volume, il poeta romano Roberto Maggiani.
L’operazione
compiuta con questa antologia meriterebbe un adeguato approfondimento,
che non è possibile effettuare nello spazio che ho a disposizione.
Posso, invece, riferire in questa sede un episodio che mi sembra molto
utile e stimolante per far compiere un altro passo avanti a questa
nostra comune riflessione sulla poesia e sulla sua importanza per gli
uomini e le donne del nostro tempo.
Un incontro
di poeti, che si stimano sinceramente e si sorreggono a vicenda,
partecipando poi a un’impresa comune senza soggiacere a invidie e
vanagloria, è cosa piuttosto rara, al di là di tutte le apparenze. A
Roma, dunque, ci si è arricchiti reciprocamente nel corso di un bel
pomeriggio dedicato non solo alla letteratura, ma anche all’arte
(significativi sono stati, infatti, gli inserti relativi alla musica e
alla pittura). Ma c’è di più. Al termine degli interventi e delle
letture degli autori è stato dato spazio al pubblico, come si fa in
questi casi.
E uno dei
presenti, interagendo al meglio con alcune affermazioni fatte da me in
precedenza, è ritornato brillantemente sul concetto di parola poetica,
fornendo sostegno alla mia tesi che, a sua volta, rafforzava e
confermava alcune sue intuizioni.
Avevo detto
che, in poesia, come in ogni arte, non esistono percorsi solitari. E
avevo aggiunto che la scrittura di ciascuno di noi è sempre incompleta,
finché non s’incontra con la scrittura altrui, come tra l’altro ho già
scritto nel mio intervento precedente in questa rubrica. A sua volta
quello che scrivono gli altri, reclamando la sua completezza, cerca noi,
cerca l’incrocio con la nostra ricerca personale che le darà quel
complementodi senso a cui anela. Ebbene: nel suo intervento, il signore
romano ha ribadito e completato il mio concetto, affermando che è
proprio della parola poetica il fatto di essere incompleta nel momento
in cui viene prodotta e parte per il suo viaggio, che la condurrà a
completarsi quando arriva a destinazione, nella persona a cui giunge. La
parola poetica, pertanto, esiste solo quando si sposta, in una circolarità che le è consustanziale e che la mantiene in perenne movimento da un approdo all’altro.
Quando il
porto è quello giusto, il seme della poesia affonda in terra fertile: la
pianta si completa e, per usare un’espressione evangelica, “porta
frutto”. Poi il seme – di per sé continuamente inquieto e ansioso di
toccare altri lidi – riparte nuovamente, alla ricerca di nuovi luoghi e
nuovi cuori in cui nidificare e compiersi. È bene, dunque (come
affermava quel pomeriggio Mario Fresa, curatore della collana
“Coincidenze” in cui l’antologia è stata pubblicata), che il lettore e
lo stesso autore ignorino una parte del senso profondo di ogni poesia,
in modo da dare la possibilità a quei versi di migrare altrove,
fecondando altre menti, porgendo e traendo, nello stesso momento,
ulteriore arricchimento.
La poesia,
dicevamo, si sposta in continuazione, “… freccia d’esistenza / senza
bersaglio…” mi verrebbe da dire con i versi di Salvatore Contessini, uno
dei poeti ospitati nell’antologia. È dotata, la poesia, di un’aurea
motilità, di un moto perpetuo che arriva a caratterizzarne l’essenza: un
andare sempre altrove, alla ricerca di un compimento che appare
impossibile. È come la superficie di un lago battuta di continuo dal
vento, come un mare maestoso le cui onde non riposano mai. Anche per
questo coloro che si ostinano a cercarne la chiave di volta,
l’interpretazione rigorosa o il senso esatto, sono come chi non
distingue il mare dalla terraferma e dimentica che la superficie del
mare non riferisce nulla circa la sua profondità.
Giacomo Leronni
Tratto da “la Piazza” giugno 2011
9 agosto 2011
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AA.VV. QUANTI DI POESIA (NELLE FORME LA CIFRA NASCOSTA DI UNA SCRITTURA STRAORDINARIA). Da 1 a 399 esemplari numerati a mano. A cura di ROBERTO MAGGIANI. EDIZIONI L’ARCA FELICE. SALERNO, 2011, pp. 96.
Desidero esprimere un pensiero di sicuro consenso nei confronti dell’opera antologica Quanti di poesia.
Al quaderno - curato da Roberto Maggiani per la collana “Coincidenze”
delle Edizioni L’Arca Felice di Salerno - va ascritto il merito,
altamente propedeutico, d’essere stato in grado di fornire, attraverso
la voce e l’intervento di otto stimati poeti contemporanei, un
contributo, una seria testimonianza all’ipotetico approccio (non importa
se di scrittura o di lettura) ad una forma di comunicazione che - come
evoca lo stesso sottotitolo d’ispirazione novalisiana - si mostra e si
rappresenta “straordinaria”.
Ecco:
questo dialogo fuori dagli schemi necessita (oggi più che mai,
urgentemente) di un chiarimento, di una corretta comprensione che
consenta - nei limiti del possibile ovviamente - di compenetrarlo, di
entrarci in sintonia così che le parole non ricalchino le orme di passi
già segnati ma siano foriere di nuovi, inimmaginabili percorsi.
È quello
che in definitiva si è cercato di fare: ogni poeta, e prima ancora il
curatore nell’introduzione, è chiamato a riferire la propria esperienza,
a parlare di un qualcosa che sfugge, forse, persino a lui stesso ma di
cui nessun altro può farsi interprete: già, una sorta di traduzione che
vede nel poeta - come afferma Franco Buffoni citando Keats nel suo
intervento a p.29 - “colui che sa tradurre il ruggito del leone nel
linguaggio degli uomini”.
Il poeta,
dunque, è un intermediario: “ci devono essere dei veicolatori del senso
della parola poetica” - sostiene Maggiani introducendo un elemento di
novità in un contesto non certo inedito - supportato poco oltre
dall’acuta considerazione che le intuizioni “partono dalle forme. . .
proprio perché in esse è nascosto un significato altro del mondo. . .” e
che, quindi, “è proprio da esse che traspare l’intimo segreto della
realtà, un mondo extrareale che rivela la propria esistenza nella
bellezza. . . ma anche nelle ombre e nella corruzione insita nella
realtà.”. Come dire che il reale si manifesta per ciò che è, nella sua
nuda essenza: “Lo stereotipo popolare del poeta quale individuo
distratto evidenzia sostanzialmente l’inappartenenza. . . al suo tempo e
al suo spazio. È questa estraneità che paradossalmente lo porta a
osservare. . . con una diversa obiettività. Il poeta è un visionario e
la sua visione scaturisce dall’acutezza dei sensi. Una sorta di delirio
controllato.”, dice Loredana Savelli rispondendo alla domanda che le
viene rivolta sulla questione a p.79.
Ma c’è
dell’altro che spinge a riflettere e dà della raccolta la formula
precisa: perché intitolarla Quanti di poesia? Perché si vuole (lo
sostiene il curatore ma è palpabile nei testi) stabilire una difficile -
ma non per questo inattuabile - relazione tra poesia e scienza per
mezzo del parallelismo del principio di indeterminazione applicabile nel
campo della fisica come in quello della percezione, della visione e
della parola che ne viene generata. I quanti, allora, che qui vengono
considerati, simboleggiano quell’energia che si sviluppa intorno alle
percezioni ed alle intuizioni del poeta e che, poi, si esplica sotto
forma di scrittura.
Dovrà,
pertanto, apparire proponibile quella nuvola di probabilità che investe
il lettore permettendogli di partecipare ad un tipo di comunicazione
singolare ma pienamente autentica. Così, dalla stessa ci si sentirà
avvolti scorrendo i versi de Il mio angelo di Franca Alaimo: “Ma una
notte mi sveglio, / Sento - mi sorprendo - un suono / Celestiale,
indosso la vestaglia / E a piedi nudi, in silenzio, cerco / Ogni
nascondiglio. . . / . . . . / Possibile? Nel bagno? Là, / Dentro i tubi
c’è tutto quell’ardore / . . . . / . . . Sarà caduto / Nella cisterna
l’Angelo mio assetato. . .”. “Sono i quanti” - dirà ancora - che
“D’improvviso mi mettono nella bocca porziuncole di luce, / Un lievito
dolcissimo che gonfia il cuore e lo consacra: / Così sboccia la corolla
dell’anima e la polvere cosmica / M’ingravida d’amore. . .”. Ed è sempre
quella nuvola che Anna Belozorovitch mette in evidenza quando, in uno
dei passi riportati, la immagina nel cielo: “E nubi illuminate da un
sospiro / trattengono fino al capogiro / il fiato ultimo prima del nero /
che lasceranno come polpi in fuga.”. Una difesa, dunque: ebbene si,
anche questo celarsi per esistere rappresentano i quanti di poesia.
Salvatore
Contessini sostiene che la sua ispirazione “deriva da un’energia
prodotta dall’osservazione dell’ambiente esterno e dal mondo interiore”
similmente ai salti quantici degli elettroni che producono luce laddove
“prima era il buio” (“Ascolta la frequenza di Pangea / come se fosse
suono primordiale / il canto che stride dalla mente / ora che forma /
un’emissione di pensiero!”. L’idea eterea della nube quantica è ripresa
da Francesco De Girolamo in chiave cosmica: “La poesia è nell’universo,
forse, più che sulla terra, ma deve ricadere - asserisce - se non è
sterile astrazione, sulle minuscole parti del creato. .” (“Sono io il
tuo bambino / e tu la mia cometa / apparsa un giorno / benedetto di
settembre / in cui il cielo volle / far cadere una nuvola d’oro / nel
grigio del mondo.”).
E se, per
Eugenio Nastasi, il verso come il quanto di luce “dovrebbe giungere a
illuminare fin dove è ancora l’amore a strapiombo dal cielo, lungo i
frattali che perimetrano i continenti.”, per Giacomo Leronni “L’universo
/ scende in noi a svegliarci / a consegnare il fresco che ci spetta /
prima del vuoto: / . . . . // Quando saremo finiti / finiti
perfettamente / nell’inizio perpetuo // nella disgregazione serena / di
Dio. . . // la febbre morderà tutto / . . . . // e mai saremo domi o
sazi / la luce non ha cuciture / . . . . // la luce non ci deve nulla.”.
Dopo
l’immersione nella parola dei poeti che hanno dato vita alla felice
realizzazione di un’iniziativa editoriale ed artistica (non si
dimentichino gli scatti fotografici che accompagnano i testi) di sicura
originalità, il lettore attento non potrà sottrarsi ad una
considerazione: la poesia, questo linguaggio inusuale, questa condizione
esistenziale, questa entità che non si lega a nessuna definizione,
forse, davvero, è un quanto d’energia. E il lampo che, dalla stessa,
prorompe a illuminare la notte del mondo.
Sandro Angelucci
Poeti dell’attesa 2. / Lorenzo Gattoni, “Alla confluenza dell’attesa” (Edizioni Arca Felice, 2011) Di Lorenzo Mari
Misurarsi
con l’attesa (e l’abbandono) non è soltanto contribuire alla
riproposizione (sicura, e rassicurante) di topiche già largamente
consolidate nella tradizione poetica italiana, ma anche una proposta
epistemologica, etica e poetica più ampia.Tale apertura a tutto campo é quanto presuppone, per esempio, e neanche troppo in sotto traccia, la lettura della plaquette di Lorenzo Gattoni Alla confluenza dell’attesa (Edizioni L’Arca Felice, 2011, con dipinti di Luca Bonfanti).
La plaquette, anzi, si apre con una precisa dichiarazione di poetica – ave rara nel panorama poetico contemporaneo, secondo recenti conversazioni, pubbliche e private, con Andrea Gibellini, ma anche soltanto gettando lo sguardo su (più) generazioni che non dicono più “io scrivo così”, limitandosi invece a parlare in terza persona.
L’inizio della dichiarazione di poetica, dunque, recita così, senza veli, né retorici né umani:
“Scrivere è zittire un’assenza. La nostra vita è costituita dall’assenza, nella duplice forma dell’abbandono e dell’attesa. L’una, quindi, rivolta al passato; l’altra al futuro. Ecco perché la poesia può porsi con esattezza sul crinale di questo equilibrio […]”
Le 7 poesie che seguono svolgono, spesso diligentemente – da notarsi la ricorrenza di termini come “attesa”/”disatteso”, “perdita”, “cresta”, “dorso”, a creare un campo semantico ben conchiuso e caratterizzato da lucidità e precisione (con una ferocia chirurgica e una fame che escludono ogni monolinguismo petrarchista) – spesso, tuttavia, con improvvisi squarci di luce, questo tema iniziale.
Si va componendo così un universo segnato dall’attesa e dall’abbandono come se queste fossero leggi fisiche, con le quali la poesia deve venire a patti per trovare le parole (si vedano, per esempio, i testi *girato l’angolo* e *la parola iniziale*, quest’ultimo riportato qui, più sotto).
La ricerca è metapoetica e, siccome l’universo poetico creato da Gattoni è chiuso e normato da leggi (anche se metaforiche, e riguardanti l’attesa e l’abbandono), intrinsecamente metafisica.
Ci si può chiedere perché vi sia necessità di metafisica nella poesia di oggi e se alle domande “cos’è l’attesa?”, “cos’è l’abbandono?” (“cos’è la poesia?”) si debba rispondere ancora tenendo presente una dimensione ideale e trans-storica. Ci si può chiedere se questa ricerca di definizione della poesia tra l’attesa e l’abbandono non sia parte di una ricerca costitutiva della poesia, una ricerca paradossalmente oggi già vecchia (oggi che “viviamo in tempi di proroga”, come si legge nella plaquette di Marchesini).
Resta, tuttavia, ineludibile un contatto, seppur labile, labilissimo, con la dimensione del sacro, per una parola che può farsi sociale – e tradurre attesa e abbandono nelle dinamiche della società e dell’economia contemporanea – ma finisce per appiattirsi su se stessa se non guarda anche – non in modo relativistico ob torto collo, ma in e con relatività – alle leggi che guidano (e tentano di distorcere, fino al silenzio) la parola.
*
la parola iniziale
ha infranto il mutismo
delle cose
da allora
la replica scortica
quel che di nome
era verità
complici dell’inganno
osserviamo le maschere
in processione mentre
una parte di cielo continua
Su Alla confluenza dell'attesa di Lorenzo Gattoni
Edizioni L'Arca Felice, 2010, con dipinti di Luca Bonfanti
nota di lettura di Alessandro Ramberti
«Scrivere è
zittire un'assenza (…) nella duplice forma dell'abbandono e
dell'attesa. (…) La poesia è quindi ascolto, perché zittire un'assenza
significa dare voce al silenzio, al vuoto.»
Cosi scrive Gattoni
in esergo a questa saporosa plaquette che, per la capacità di
catalizzare immagini spiazzanti e trasmettere scariche emozionali, ci
ricorda un po' lo stile di Vincenzo Celli. Si considerino questi exempla
del Gattoni: «alla confluenza dell'attesa / una nuvola si sfalda /
quando ti chiamo / e non ci sei» (p. 7); «il ricambio del tempo / è
un'unghia sulla lavagna / e il gesso un miraggio» (p. 8); «scivoliamo
sul dorso / del cucchiaio come amanti / in rivolta, sulle cataste / in
cordata annaspiamo» (p. 13). Un versificazione che ci attira subito nel
mondo del Nostro e ce lo fa sentire amico, come una voce accogliente
che sa varcare con leggerezza (come brezza sotttile) il silenzio fra
abbandono e attesa, come testimoniato anche dalla bella poesia in quarta
di copertina:
(…)
il tempo è così poco
è così poco tutto
che avere fretta è sare fermi
e poi è così bella la malattia
dell'attesa, così piena
La fasità del niente: su La virtù del chiodo di Giuseppe Carracchia
EdizioniL’Arca Felice, 2011, con un disegno fuori testo, Fleur, di Aki Kuroda
nota di lettura di Alessandro Ramberti
Giustamente osserva Mario Fresa nella prefazione a questa plaquette, che la scrittura di Carracchia
“si configura come il procedimento di un gioco di apparente
leggerezza, dagli aguzzi e lucidi contorni, ma che poi, d’improvviso,
conduce all’affiorare di una inesplicabile, profonda inquietudine…” È
del resto evidente che i versi nascono spesso per dare forma alle più
profonde domande dell’uomo, inteso sia come individuo che come membro
di un corpo sociale di cui il poeta usa la lingua sia pur piegandola,
trasformandola, arricchendola con l’uso di uno stile (ovvero di
metafore, di scelte sintattiche e lessicali che scaturiscono dal sua
personale “reazione” alla cultura o alle culture con cui è entrato in
contatto).
Il titolo è molto suggestivo: concreto e robusto eppure quando leggiamo le poesie vediamo che l’Autore si pone in continua tensione (come chi “disperato a verità anela”) con la definizione da dizionario della parola chiodo
riportata in esergo alla plaquette (“sottile barra di metallo aguzza
da un lato, solitamente usata per unire o sostenere due (o più)
parti…”). Infatti la I sequenza contiene questa terzina (notare l’uso
delle assonanze e delle rime, assai frequente in tutta la raccolta,
come pure l’uso sofisticato della sintassi e del lessico):
(Che poi non puoi piantare un chiodo
in cielo per appenderci un pensiero
mi chiedo, sarà poi vero?)
e si chiude con questa assai interessante quartina:
La virtù del chiodo che regge frattura
e vuoto svela la falsità del niente:
compiutezza del ragno che ha mura
e casa in aria d’un prisma lucente.
Il chiodo pare essere l’unico elemento “consistente e positivo” a reggere frattura e vuoto,
due sostantivi (il primo anche, con ambiguità sintattica, verbo)
“negativi”, e la suggestiva immagine dell’aerea e luminosa ragnatela non
pare sollevarci del tutto dall’impressione di vivere in una realtà
effimera e fragile, e di essere effimeri e fragili noi stessi (basti
considerare che nella III sequenza il Nostro scrive “… la verità che
scioglie il dubbio / annodando in sorriso la vita al subbio”, dove ci
pare di cogliere un uso piuttosto ironico ed amaro della parola verità).
L’inquietudine che alleggia in queste pagine, mi ricorda quella che pervade un intenso romanzo di Natsume Sōseki, Kokoro (ovvero, il cuore/l’anima delle cose). Carracchia non a caso ha inserito, oltre alla tavola fuori testo di Kuroda e all’Arbre stilizzato di Alberto Giacometti, alcune illustrazioni naturalistiche all’interno della plaquette tratte da dipinti di Hiroshige Utagawa. Il mondo, con i suoi colori, la sua materia, la sua vita, è reale per la percezione che ne abbiamo? Ha in sé un link che rimanda ad altro oltre il reale materico? È solo la scena per la tragedia (o commedia) umana?
Mi pare siano
queste le domande fondamentali sottese, vissuto con un atteggiamento in
bilico fra paura dell’assurdo e desiderio di affidamento: dichiarare la falsità del niente
è dopotutto desiderare che qualcosa (di buono) ci sia, che il bello
del mondo (che include anche la bellezza della poesia), per quanto
transitorio, sia il senhal di un bello ulteriore, per quanto
assai elusivo. Ad esempio nella II sequenza troviamo che “Il piede che
calza la terra è centro”, che “La proporzione delle parole spacca / dal
ventre le pietra e s’apre a sé stessa”, che “a strapiombo il terebinto
sboccia // forza che squarcia e fendendosi vanta / virtù che s’attacca
al calcare in sintassi / e alla vita dona un nome: spaccasassi.”
C’è dunque una
forza tellurica, una energia che sa diventare sublime come il
melograno che “alla terra in perle di sangue / piove…” e trasformarsi
in amore (reale e ma anche immateriale): “… rendo grazie / al tuo
universo … / … in te ritrova grazia / il disperso …”.
I versi in corsivo che chiudono la plaquette ci dicono che:
La verità non solo è equazione
edile del costruttore ma volo
azzardo e tensione del calabrone
che (…) continua con le stagioni senza
sapersi ignorante ad insegnare
come di maggio s’impollina un fiore.
Sì, c’è una
verità inesprimibile, oltre i costrutti logico-sintattici, che pure la
possono evocare, ma anche una verità che va oltre, crediamo (e forse
Carracchia non è qui totalmente d’accordo con noi), la natura delle
cose.
È questa
un’opera poetica, nella sua asciuttezza “giapponese”, davvero ben
tornita, ricca di saporosa e prismatica inquietudine, dunque, de facto, vera poesia e riuscita espressione di uno stile originale e già molto ben caratterizzato.
Rimini, 17 giugno 2011


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| Maurizio Cucchi, "Tuttolibri-La Stampa", 06/06/2011 |


C'è
poi da considerare l'acume letterario e poetico di Mario Fresa, che ha
scelto ad hoc i 24 epigrammi traducendoli in base ad una "interpretatio
ludica" dei testi, come egli stesso precisa nella nota finale.
























